Perché il multiculturalismo non può funzionare
Qualche giorno fa mi è capitato di seguire alla radio un interessante dibattito sul multiculturalismo, fenomeno ormai sempre più pervasivo nel nostro paese che vuole imporre, spinto e sostenuto da buona parte dell’arco parlamentare ed anche dalla chiesa cattolica, l’integrazione forzata degli stranieri nel nostro tessuto sociale, culturale ed economico. Uno dei protagonisti della puntata era un sociologo francese a cui venivano rivolte domande chiarificatrici sul processo di integrazione degli stranieri in Francia, chiedendogli quali fossero le discriminanti per ottenere la cittadinanza (Ludovico Polastri ).
Il giornalista dell’emittente pensava che, dato il nostro stolto buonismo, fossimo almeno in questo campo all’avanguardia, soprattutto dopo le aperture bipartisan del nefasto duo Fini-D’Alema. Il sociologo francese si è messo a ridere sulla concezione italiota di integrazione multiculturale ( come si è messo a ridere sulle concezioni leghiste, senza capo né coda). In Francia la cittadinanza ad uno straniero non viene concessa semplicemente attendendo passivamente che passino gli anni risiedendo nel paese ospitante, a colpi di permessi di soggiorno, ma la vera discriminate è il passato della persona. Le indagini che vengono condotte sulla sua buona condotta sono dettagliatissime: vengono richiesti documenti al paese d’origine comprovanti la situazione giudiziale, economica, sociale di tutti i membri della famiglia andando indietro, se ritenuto utile dagli uffici competenti, anche di diverse generazioni. Una volta accertato che non ci sono pendenze giudiziarie ed ottenuto un lavoro stabile, dopo cinque anni viene concessa, con cerimonia solenne, sulle note della marsigliese la cittadinanza francese. Esiste poi l’ulteriore discriminante prodromica del superamento di un esame volto ad appurare la conoscenza della lingua e della cultura francese, ma è un esame blando e non ritenuto particolarmente severo. In mancanza di questi requisiti si è “sans papiers”, senza documenti ed in questo caso non si gode di nessun diritto. Và da sé che non è uno status che possa essere sopportato a lungo dal clandestino (1). Ma le considerazioni sul concetto di multiculturalismo ci spingono a fare altre considerazioni, comprovate dagli stranieri, italiani compresi, trapiantati da diverse generazioni nei diversi paesi del mondo come America, Canada, Argentina, e via dicendo. Occorre poi mettere in chiaro che in un Paese d’immigrazione di tipo multiculturale non esistono esempi “puri” di culture nazionali, al di fuori, beninteso del modello dominante che è quello storico del Paese d’accoglimento. Lontani dalle culture nazionali d’origine, lontani dalla Patria e dal suo humus, i gruppi trapiantati perdono la loro ricchezza identitaria. Non sono le Chinatown del mondo, ma è la Cina ad irradiare una cultura millenaria che riverbera la propria luce sui cinesi espatriati. Parimenti è l’Italia, e non le “Little Italy” sparse nel mondo, ad esprimere l’incomparabile arte del vivere per la quale gli italiani vanno famosi. Le “Little Italy”, infatti, non sono che un’ombra del modello di vita esistente nella penisola. Il multiculturalismo quindi non è un inventario fedele di culture, ma un campionario un po’approssimativo di esse. Il favore che ha il multiculturalismo come nuovo progetto di società è alimentato dall’idea illusoria che l’individuo possa eliminare le pastoie di un’identità “fissa” scegliendo per sé l’identità cultural-nazionale che più gli aggrada, non diversamente da come sceglie un ristorante o un vestito. In realtà la coesistenza entro gli stessi confini di gruppi trapiantati di diversa origine, il cosiddetto meltingpot, non crea individui multiculturali. Ognuno di noi è stato plasmato dal luogo in cui ha trascorso i primi anni. Vivendo a fianco di gente di un’origine diversa dalla nostra, si può riuscire ad aprirsi all’altro, ad imparare una nuova lingua, ad apprezzare abitudini di vita diverse dalle nostre, e così via. Ma i tratti di una cultura nazionale dominante permarranno in ognuno di noi. L’identità culturale di un espatriato insomma è fissa e non schizofrenica, anche se essa può conoscere un’evoluzione nel tempo in conseguenza dei Paesi in cui egli si è trovato a vivere. Inoltre, se è vero che emigrando si accede ad un nuovo mondo, e in una certa maniera si “aggiunge” una nuova cultura all’antica, bisogna dire che il “trapianto” non è solo un arricchimento, poiché le perdite sono notevoli. C’è da aggiungere inoltre che il radicalismo, soprattutto religioso di certe culture trapiantate, non ammette adattamenti e quindi minaccia l’unità del Paese d’accoglimento ( cosa che in Italia non viene assolutamente considerata come pericolosa). Bisogna considerare che il trapianto oltre confine di una cultura, se da un lato provoca un decadimento e un ibridismo, dall’altro, paradossalmente, crea un indurimento e una sclerosi dell’identità di partenza dell’immigrato esasperandone certi aspetti. Ciò si traduce anche nel rifiuto dei valori della società nella quale l’espatriato ha scelto di andare a vivere. Questa reazione è dovuta in parte ad un sentimento di inadeguatezza. Ma a farla nascere è soprattutto un’inconciliabilità di passati: il passato della nazione da cui l’immigrato proviene diverge dal passato della nazione nella quale egli è andato a vivere. Il fenomeno del rifiuto di adeguarsi alla nuova realtà esiste anche tra i figli d’immigrati, nati nella nuova terra. Ciò è da imputare in gran parte proprio al culto del multiculturalismo vigente in certi paesi d’immigrazione. Un indubbio risultato positivo per l’individuo che viva a contatto di gente dalla cultura e dalle abitudine diverse dalla sua è un allargamento della propria coscienza con l’accettazione della diversità. La tolleranza insomma. Ciò non impedisce però, alla maggioranza, tanto per fare un esempio, di continuare a nutrire pregiudizi o addirittura avversione nei confronti di certe minoranze: gli italiani all’estero sono e saranno sempre bollati con la triade:pizza, mandolino e mafia. La mescolanza di gruppi disparati non è quindi la nuova formula magica, come invece molti sembrano ritenere per l’armonia e la felicità degli abitanti di un Paese. Nel Paese multiculturale i vari gruppi etnici coltivano con amore il proprio passato, sicché coesistono entro gli stessi confini tanti passati, ossia tante solitudini. E’ per questo che purtroppo l’Italia è la maggiore candidata per sciogliersi come nazione identitaria in quanto continuano a coesistere tutte quelle influenze delle varie dominazioni che si sono succedute nei secoli. Molti italiani negano di avere un’identità nazionale e sostengono di essere “cittadini del mondo”, anche se in realtà sono pieni di certe fisime tipiche degli abitanti della Penisola: sono campanilisti, parlano dalla mattina alla sera di calcio, danno grandissima importanza alla mangiata. Del resto, questo stesso loro rinnegare l’identità italiana è un’affermazione patente d’italianità. Infatti, la storia, come dicevo, ha abituato gli abitanti della Penisola a vivere sotto dominazioni straniere e ad onorare le bandiere altrui. Non è un caso se lo stesso termine “onore” ha in gran parte della penisola una connotazione quasi esclusivamente sessuale o criminale. Questi italiani “figli dell’universo” sono dei gran sostenitori del multiculturalismo, la nuova formula magica basata sul buonismo alla quale pochi osano rivolgere uno sguardo critico e di cui ne saranno vittime sacrificali.
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